alcune delle mie nuove poesie in italiano 🇮🇹

alcune delle mie nuove poesie in italiano:

I. Arrendersi all’amore

Pioggia sul glicine —
il tuo nome si scioglie
dentro il mio sonno

II. Arrendersi a sé stessi

Specchio nella notte,
lascio cadere piano
la voce che finge

III. Arrendersi alla vita

Il vento d’inverno
piega i campi senza odio —
nessuno resiste

IV. Arrendersi alla morte

Quando tace il faro
anche l’ultima onda sa
come inginocchiarsi

— Adam Donaldson Powell

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È successa una cosa divertente…

Oggi è successa una cosa divertente mentre andavo al forum (ehm, scusate, ho sbagliato commedia), cioè mentre andavo in palestra:

Stavo aspettando di cambiare tram quando all’improvviso ho sentito un gruppo di queer e trans spagnoli, rumorosi e vivaci, che schiamazzavano e scherzavano dietro di me. La “star” era un trans corpulento vestito con abiti punk rock retrò. Era ovviamente il capo del gruppo, che raccontava storie toccanti con succosi commenti queer, imprecazioni e imprecazioni. Ho pensato che fossero di Madrid, a giudicare dal loro accento. Comunque, erano in gruppo proprio davanti alle porte. Dopo soli 30 secondi mi sono reso conto di essere sul tram sbagliato (di nuovo!), e che avrei preferito scendere, prendere il successivo e cambiare per quello giusto piuttosto che camminare per venti minuti attraverso la città come ho fatto la settimana scorsa, quando ho commesso lo stesso errore. Mi sono alzato e mi sono messo dietro il trans corpulento e gli ho chiesto gentilmente di lasciarmi passare con la mia stampella. Mi ha lanciato un’occhiata scioccato e poi ha chiesto a uno del suo gruppo se parlassi spagnolo. Il suo connazionale annuì «sì», e io mi offrii volontario: «sì, e anche portoghese, francese e italiano». Il suo amico allora disse «wow, avremmo potuto praticare un po’ di francese con lui!». Sorrisi e dissi in portoghese: «Buongiorno!» mentre scendevo dal tram, e il suo amico rispose lo stesso in spagnolo per confermare che capiva il portoghese. È stato divertente vedere lo shock dei turisti quando improvvisamente scoprono che le loro chiacchiere non erano poi così private. Mi è capitato lo stesso parlando in norvegese sulla metropolitana di New York e notando che diversi passeggeri mi capivano.

— Adam Donaldson Powell 

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Non sei gay

Non sei gay.
Solo gay-friendly.
L’hai detto, una volta,
in un tempo che ormai sembra un’altra vita.
E io — dovrei crederti.
Per sempre.

E in teoria… ti credo.
Ma poi ci sono quei momenti,
quelli che mi fanno vacillare.

Quando ci abbracciamo da amici,
e restiamo così,
un battito di troppo,
un respiro che si fa promessa.

Quando flirto con un tipo
e tu —
tu mi guardi con quegli occhi,
che non sanno mentire.
Un lampo.
Un graffio.
Un “perché non io?”
che non dici mai.

E poi,
quando credi che non ti veda,
ma io sento il tuo sguardo addosso,
forte, caldo,
come una mano invisibile sulla pelle.

Ti guardo,
ti colgo.
Ti scopro.
E tu, subito, spezzi la magia:
«No homo, fratello.»
Io rido.
«Lo so, no homo.»

E poi il momento muore,
come una sigaretta spenta nel buio.
Tu arrossisci,
ti giri,
e torni a fare finta di niente.

E io penso,
in silenzio,
con un sorriso amaro:
“Frocio… proprio come me.”

— Adam Donaldson Powell 

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con il passare degli anni 

Con il passare degli anni
portavo con me un’infanzia fatta di urla silenziose.
Le mie prime poesie, a sedici anni,
erano menzogne romantiche,
carta velina su ferite aperte,
negazione vestita di rima,
fantasia come salvagente.
Scrivevo per uscire dalla mia pelle,
lontano dalle mani che avevano spezzato,
lontano dal ricordo che non dormiva.

Fuggivo verso destinazioni sconosciute,
in mondi di fumetti
dove gli eroi vincevano sempre
e i cattivi cadevano  senza sangue.
Ogni notte pregavo Dio
per misericordia,
per una fine dolce,
per essere liberato dal mio corpo,
per morire prima del mattino
e non continuare.

A diciotto anni,
il mondo si aprì nella nudità,
nel sole e nell’erba,
nei colori psichedelici,
nel cibo naturale e nei corpi liberi,
nelle orge hippie,
nelle marce per la pace,
nelle grida contro la guerra,
e il piacere dell’urlo primordiale
che squarciava il petto.

Fuggivo dalla rima femminile,
dalle dolci desinenze,
spinto da una psicologia semplificata
e dagli slogan spirituali dell’epoca.
“Io sto bene, tu stai bene”
divenne col tempo
“Io sto bene,
ma tu mi mandi in cantina”,
dove l’oscurità aspettava
come una vecchia conoscenza.

Nei miei vent’anni,
il mio desiderio cambiò forma,
da due direzioni
a una sola.
La bisessualità divenne omosessualità,
e i miei versi
divennero più intellettuali,
più astratti,
artisticamente velati
come vetro fumé.

Ballavo le mie notti
in club d’élite
a New York,
a Londra,
a Parigi,
luci da discoteca come altari lampeggianti,
corpi in ritmo,
l’ebbrezza come pulsazione,
appena attenuata
dal mio lavoro di pianista classico.

Nei miei trent’anni,
la mia carriera prese forma:
editoria e poesia,
le parole come sostentamento.
Fuggii da un’America in declino
trasferendomi in Europa,
attraversando l’oceano
come se l’acqua potesse purificare.
La mia poesia divenne multilingue;
l’inglese accolse altre lingue.

Arrivò lo spagnolo,
arrivò il francese,
arrivò l’italiano,
arrivò il norvegese,
arrivò il portoghese,
le lingue si posarono a strati
come nuove pelli
sulla vecchia.
Eppure i miei matrimoni
e divorzi

mascheravano ancora la violenza
e gli abusi sessuali
che segnavano la mia vita quotidiana.
Aggiunsi altri titoli:
attivista contro l’AIDS,
attivista culturale,
oratore pubblico.
Scrivevo e dipingevo
sulla guarigione,
attraverso l’incontro con la morte,
la mia e quella degli altri.

Viaggiai per il mondo,
trovai Dio nella natura,
in me stesso,
e talvolta negli altri.
Gradualmente, la poesia
sostituì l’avventura romantica,
il vino e il tabacco,
la terapia e il bisogno costante
di riempire la mia vita di dramma.

E ora, nei miei settant’anni,
la poesia non è più qualcosa che faccio.
Non è più una fuga
nata dalla dipendenza dal sopravvivere
attraverso imprese forgiate nel dolore
e nella ricerca della sofferenza.

La mia poesia è ora ciò che sono.
E la mia brillantezza
è la mia onestà.

Con il passare degli anni,
vivo.

— Adam Donaldson Powell 

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whispers – sussurri 🇺🇸🇮🇹

A poetry collaboration between 

Adam Donaldson Powell & Diane Oatley. 

Adam Donaldson Powell is responsible for the Italian transliteration. 

I

Differentiate dream from vision: I heard a voice
telling me it was
so softly

 in whispers become fingers insistent each
 a separate story in whispers become
 a hand coming to rest assurance
 on my brow smudging wrinkle away from shadow

Shadows become whispers
sliding into sleep, dreams descending
to a new crescendo to vision turning
on its heel and reminding

in whispers as indifferent as relentless
as ocean waves
going about the business of being ocean waves.

Differenziare sogno da visione: ho udito una voce
che mi diceva che era
così dolcemente

 nei sussurri che diventano dita insistenti, ciascuna
 una storia a sé nei sussurri che diventano
 una mano che si posa con sicurezza
 sulla mia fronte, sfumando le rughe dall’ombra

Le ombre diventano sussurri
scivolando nel sonno, i sogni discendono
a un nuovo crescendo, alla visione che si volta
sui suoi tacchi e ricorda

nei sussurri, indifferenti quanto implacabili
come onde oceaniche
che compiono il loro lavoro di onde oceaniche.

II

SPLASHING whispers gone amok;
red paint SPLATTERED on white sailcloth ..

 one green eye and one brown
 talking with one another
 but without seeing;

leaving me DISJOINTED but not perplexed.

My dream-catching whispers are now
 quite rambunctious and I’m feeling rather
 PURPOSELESS while

GASPING for words
 on the edge of an eternal
 moment for moment
 flirting with smothering cobwebs ..

TURN ME LOOSE!

You’ve shown me more than my whisper can digest.
You’re falling far .. far past the point of
being in love with yourself and

I want to cry more but
 my tears have given way to
 HOARSE, LICORICE WHISPERS.

Turn me loose … turn me loose ..

A pale oyster-moon has just slithered past
 the sweet nothings and penetrated my inner ear

STOP …. PLEASE

SUSSURRI che schizzano fuori controllo;
vernice rossa SCHIZZATA su vela bianca…

 un occhio verde e uno marrone
 parlano tra loro
 ma senza vedersi;

lasciandomi DIVISO ma non perplesso.

I miei sussurri cattura-sogni sono ora
 molto turbolenti e mi sento piuttosto
 SENZA SCOPO mentre

ANSIMO parole
 sul bordo di un eterno
 momento per momento
 flirtando con ragnatele soffocanti…

LIBERAMI!

Mi hai mostrato più di quanto il mio sussurro possa digerire.
Stai cadendo lontano… lontano oltre il punto di
essere innamorato di te stesso e

voglio piangere di più ma
 le mie lacrime hanno lasciato il posto a
 SUSSURRI DI LIQUIRIZIA RASCHIATI.

Liberami… liberami…

Una pallida luna ostrica è appena scivolata oltre
 le dolci parole vuote e ha penetrato il mio orecchio interno

FERMA… PER FAVORE

III

Don’t speak.
SHHhhhhhhhhhh……………

“Speak softly,” my conscience says.

There is no room for doubt in such proximity and
waking hours spent running and arranging and defending and
composing and planning and
(GRUNT)

Sometimes I think that our sounds don’t
 really match anymore …

a mad woman running from place to place in sensible shoes falling
asleep on buses and subways snarling
at old ladies coming too close with their dripping …

If only men
 could bleed for love
 as only women can … perhaps

then I could surrender to your whispering.
You do still hear me, don’t you?

Umbrellas. THEIR
LARGE BIRDS’ MOUTHS open and shut open and shut in silence.

You stalk my emotions, steal my words ..
(Openings rest there near rapture.)

SHHhhhhhhhhhhh…….”Don’t speak,” you say.

Fuck off …

Meanwhile an honest feast takes place unperturbed
in the moonlight.

Just because you’re not actually being
followed doesn’t necessarily mean that you
don’t have a right to be PARANOID.

Hey! Are we talking about your experience
of my words …….. or mine of yours?

I
CRASHED
but nobody noticed my shadow mingled swiftly yet another meek
whistle
among their own; they went right on eating.

I just want to SCREAM In silence.

SHHhhhhhhhhhh…………… WHAT?!!!

Non parlare.
SHHhhhhhhhhhh……………

“Parla piano,” dice la mia coscienza.

Non c’è spazio per il dubbio in tale prossimità e
ore di veglia passate a correre, sistemare, difendere,
comporre, pianificare e
(GRUNT)

A volte penso che i nostri suoni non
 coincidano più davvero …

una donna pazza che corre di luogo in luogo con scarpe sensate, cadendo
addormentata su autobus e metropolitane, ringhiando
alle vecchie signore che si avvicinano troppo con il loro gocciolare…

Se solo gli uomini
 potessero sanguinare per amore
 come solo le donne possono … forse

allora potrei arrendermi ai tuoi sussurri.
Mi senti ancora, vero?

Ombrelli. LE
BOCCHE DEGLI UCCELLI grandi si aprono e chiudono, aprono e chiudono in silenzio.

Segui le mie emozioni, rubi le mie parole ..
(Aperture lì vicino all’estasi.)

SHHhhhhhhhhhhh…….”Non parlare,” dici.

Vaffanculo …

Intanto un banchetto onesto continua indisturbato
al chiaro di luna.

Solo perché non sei effettivamente
seguito non significa necessariamente che tu
non abbia diritto a essere PARANOICO.

Ehi! Stiamo parlando della tua esperienza
delle mie parole…… o della mia delle tue?

Io
COLLASSO
ma nessuno nota la mia ombra che si mescola rapidamente ad un altro timido
fischio
tra i loro; continuano a mangiare.

Voglio solo URLARE in silenzio.

SHHhhhhhhhhhh…………… COSA?!!!

IV

All I do is salvage the remains and begin again

A Broken Child
 teeters with epileptic balance
 down along the sidewalk.

Paranoia reduced to one
 crystal fragment fractured and reeling in umpteen patterns,
 each collecting and then returning
 whispers
 in its own fashion.

I can’t catch up with it:
 it shifts quicker than I can move quicker than
 the frenzy of my thoughts.

Shiny white minnows fly
 into sight like mirrors, now gone
 missing.

TIT FOR TAT this for that
Heads Nodding in implied
Consent PUPPETS not the thing like
the thing itself.

We accept this deception
 and ravenously.

A broken room and all the while
 the heart beats a dogged rhythm.

Tutto ciò che faccio è recuperare i resti e ricominciare.

Un Bambino Rotto
 vacilla con equilibrio epilettico
 sul marciapiede.

La paranoia ridotta a un
 frammento di cristallo fratturato e oscillante in mille schemi,
 ognuno raccogliendo e poi restituendo
 sussurri
 a modo suo.

Non riesco a starle dietro:
 cambia più veloce di quanto io possa muovermi
 più veloce della frenesia dei miei pensieri.

Minuti bianchi lucenti volano
 in vista come specchi, ora scomparsi.

OCCHIO PER OCCHIO questo per quello
Teste Annuiscono in implicito
Consenso PUPPET non la cosa come
la cosa stessa.

Accettiamo questo inganno
 e famelicamente.

Una stanza rotta e nel frattempo
 il cuore batte un ritmo ostinato.

V

I get spooked when you corner me inside myself;

especially when you whisper those seductive,
 unspeakable psychological assessments
 against my ear-drum ..

tango-like rhythms bouncing
 in a stilted, jerking fashion

I follow your lead
 ’round and ’round, closer and closer until ..

Our precarious showdown brings us
 face-to-face with insecurity and dream.

An orchid unfolds an insistent
 vermillion informs
 pink petals distended

.. endings mute into beginnings ….

Screeching, flamebreathing dragons soar low over
 violated plains of brainmatter.

As silk upon iron.
Vibrato persists
 confused but undaunted as wings span
 a trembling distance.

Fires of fear incite waves of internal uproar
 to sear the ulcerated lining of delicate abdominal tissue, while
 glowing corpuscles ferry hysteria into distended veins
 and scorch alarmed nerve endings.

.. crops fail, dams break, control centers malfunction ….

eyelids clamp shut in retreat from the horrors
 of imminent disaster
 but optic darkness is cruelly marred by vermillion blotches —
 proclaiming realization of all that was dreaded yet intuited as inevitable.

Unprescribed;
 an estimate of mute yet yearning finger
 tips trembling search.

Desist (as) and as the war-drum heartbeats of
 a million Amazons prepare to vanquish
 my masculinity with insecurity at its first indiscretion,

I load my tongue with silver arrows ..

Darts soaring swerve and distort
 Falling short to collapse mid-flight.
 One lone note

And mercilessly catapult the words ‘I love you’
 against your brazen shield and prepare to fall — breathlessly —
 into the fiery ashes of countless charred impulses
 raining heavily upon furrows of creativity;
 cultivating retrospect with expectation.

Tests timbre tone tenacity.
 Yawns and swallows seeds of hope.

One lone orchid
 unfolds out of my throat
 an insistent vermillion.

Mi spavento quando mi angoli dentro me stesso;

specialmente quando sussurri quelle seducenti,
 ineffabili valutazioni psicologiche
 contro il mio timpano …

ritmi da tango che rimbalzano
 in modo rigido e a scatti

seguo la tua guida
 giro dopo giro, sempre più vicino finché ..

Il nostro confronto precario ci porta
 faccia a faccia con insicurezza e sogno.

Un’orchidea si apre insistentemente
 vermiglio informa
 petali rosa distesi

.. finali che si spengono nei nuovi inizi ….

Draghi stridenti, che sputano fiamme, sorvolano basso
 sulle pianure violate della materia cerebrale.

Come seta su ferro.
Il vibrato persiste
 confuso ma intrepido mentre le ali si estendono
 su una distanza tremante.

Fiamme di paura incitano ondate di tumulto interno
 a bruciare la mucosa ulcerata dei delicati tessuti addominali, mentre
 i corpuscoli luminosi trasportano isteria nelle vene dilatate
 e bruciano le terminazioni nervose allarmate.

.. raccolti falliscono, dighe crollano, centri di controllo malfunzionano ….

palpebre si chiudono in ritirata dagli orrori
 di un disastro imminente
 ma l’oscurità ottica è crudamente macchiata da chiazze vermiglie —
 proclamando la consapevolezza di tutto ciò che era temuto ma intuito come inevitabile.

Non prescritto;
 una stima di dita mute ma bramose
 tremano cercando.

Desisti (mentre) e mentre i battiti del cuore della guerra di
 un milione di Amazzoni si preparano a sconfiggere
 la mia mascolinità con l’insicurezza alla sua prima indisciplina,

Carico la mia lingua di frecce d’argento …

Dardi che volano, deviano e si distorcono
 Cadendo a breve distanza, crollano in volo.
 Una nota sola

E catapulto senza pietà le parole “Ti amo”
 contro il tuo scudo sfacciato e mi preparo a cadere — senza fiato —
 nelle ceneri ardenti di innumerevoli impulsi bruciati
 che piovono pesantemente sulle solchi della creatività;
 coltivando il retrospezione con aspettativa.

Prova timbro tono tenacia.
 Sbadigli e ingoiano semi di speranza.

Un’orchidea solitaria
 si apre dalla mia gola
 un vermiglio insistente.

VI

Our whispering draws to a close ..

the stillness of space around us
 empty of airflow and sound;

all confirmed by the syncopated
 racing rhythms of my own heart ..

unaffected by the rotation of the Earth
 while breakdancing clouds laughingly roar
 with all the grace of

SHATTERING glass.

And there our whisperings remain,
 rather indistinguishable from the multitudes
 and dulled by disclosure and dessication.

I nostri sussurri giungono alla fine …

il silenzio dello spazio intorno a noi
 vuoto di aria e suono;

tutto confermato dai ritmi sincopati
 del mio stesso cuore …

indifferente alla rotazione della Terra
 mentre le nuvole breakdance ridendo ruggiscono
 con tutta la grazia di

VETRI FRANTUMATI.

E lì i nostri sussurri rimangono,
 piuttosto indistinguibili dalle moltitudini
 e smussati dalla rivelazione e disseccazione.

VII

Je m’accuse … je suis tombé(e)
(IMPLICATED ..AND FALLING)

Openings rest there near rapture:
 A pale oyster-moon has just slithered past
 the sweet nothings and penetrated my inner ear:
 je suis tombé amoureux.

(Implicated and falling in love ..)

BIRDS’ MOUTHS open and shut open and shut in silence;

one lone orchid unfolds silver arrows loading for flight.

Je suis tombé amoureux de ton chuchotement

A hoarse licorice whisper on the edge of an eternal
 moment for moment
 shiny white minnows fly into sight
 like mirrors, now gone missing.

Mi accuso … sono caduto/a
(IMPLICATO … E CADENDO)

Aperture lì vicino all’estasi:
 Una pallida luna ostrica è appena scivolata oltre
 le dolci parole vuote e ha penetrato il mio orecchio interno:
 sono caduto/a innamorato/a.

(Implicato e innamorato/a …)

LE BOCCHE DEGLI UCCELLI si aprono e chiudono, aprono e chiudono in silenzio;

un’orchidea solitaria apre frecce d’argento pronte al volo.

Sono caduto/a innamorato/a del tuo sussurro

Un sussurro rauco di liquirizia sul bordo di un eterno
 momento per momento
 minuti bianchi lucenti volano in vista
 come specchi, ora scomparsi.

The original “Whispers” (a dialogue for two voices) had its world premiere in Kathmandu, Nepal (at Gurukul Theatre) in 2006.

Diane Oatley is a poet, writer and dancer. She is also the author of “Swoon”, published by Cyberwit.net in 2005.

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Caro Corpo

Forse è ora che parliamo – sai, dell’elefante nella stanza. Sì, dell’invecchiamento. Vedi, ho pensato… ho pensato alle tante volte in cui ti ho esortato a smettere di lamentarti di dolori e fastidi, stanchezza, stress fisico, raffreddori, influenza, ecc. Ti ho sempre sussurrato dolci parole all’orecchio e ti ho offuscato la vista quando volevo che ti sentissi in colpa per la procrastinazione e la pigrizia. Sì, eri pigro quando trovavi sempre scuse per non essere la persona che avrebbe dovuto essere. Come sappiamo, non possiamo mai essere abbastanza bravi, né ai nostri occhi né agli occhi degli altri.

Stavo solo cercando di aiutarti. Ma la verità è che anch’io sono stato occasionalmente soggetto a dubbi e depressione; e più recentemente, a demenza e perdita di memoria. Non è colpa tua, fratello mio. Il corpo e la mente sono macchine incredibili che normalmente possono sopportare una discreta quantità di abusi e abusi. Ma tutti i regimi di manutenzione e le misure di riparazione alla fine diventano impotenti di fronte all’inevitabilità dell’invecchiamento. Abbiamo tutti una data di scadenza. Non sono sempre stato un buon ascoltatore, e anche tu puoi essere piuttosto testardo. Quando ti ignoro e ti rema contro abbastanza a lungo, tu semplicemente sciopera o “hai un incidente”. Certo, queste faide possono durare anni, creando debolezze fisiche e mentali che riducono le nostre capacità operative nel tempo.

Beh, lo sappiamo bene, fratello. Urlare contro noi stessi per la scarsa comunicazione del passato e la cooperazione a volte incerta è inutile ora che siamo vecchi.

Non possiamo accettare noi stessi per come siamo e affrontare questa nuova fase della vita con dignità e come la coppia solidale che avremmo sempre dovuto essere? Ti voglio bene, amico!

RITORNO A CASA

Due macchine lavorano insieme per trasportare il nuovo arrivato a destinazione: il Terminal Arrivi, a circa 18 metri di distanza. Una si chiama Corpo: un meccanismo miracoloso di impulsi e cilindri a forma di vena che pompano scintille d’inerzia in organi e arti altrimenti privi di vita. Un’altra ha preso il nome di Scala Mobile: una macchina semplice e complessa, i cui sottili componenti in metallo e plastica traggono la loro elettricità da un cervello non influenzato dalle emozioni e dal funzionamento inaffidabile della Milza. Insieme, questi due cervelli progettano di trasportare clandestinamente il Corpo dall’aereo al terminal senza suscitare il suo potenziale pericolo per la sicurezza: il sistema emotivo. L’apparato oculare del Corpo è fisso sulla quarta parete, ignaro della destinazione o del paesaggio che lo circonda. Il Cervello invia al Corpo le impressioni dell’Ascensore e simultaneamente comanda “cerca e trova”. La Milza dorme, sufficientemente accecata dagli Occhi (e troppo sofisticata per implementare le funzioni a lungo delegate a Orecchie e Naso). I vasi pompano… ruotano; e Occhi nota una folla di persone che la pensano allo stesso modo e assumono movimenti simili; un segnale viene inviato al Cervello, con comunicati stampa al Corpo: “Lo fanno tutti. Quindi deve essere giusto!” Il Corpo si muove verso la scala mobile con entusiasmo; e Milza si sveglia di colpo quando la scala mobile ride “capito!!!” Ma la disperazione non viene pienamente compresa finché Milza non si rende conto che il Corpo è solo nel flusso di zombie in rapido movimento, guidato dallo sguardo robotico di Occhi… e sente la risata a senso unico della scala mobile, che non inciampa né sussulta.

— Adam Donaldson Powell 

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La vita è un sogno breve 

L’antica intuizione racchiusa in questa espressione risuona attraverso culture ed epoche, poiché condensa un’ampia riflessione filosofica in un’immagine semplice e quasi poetica. Presentando la vita come qualcosa di al tempo stesso fugace e simile a un sogno, il detto invita a riflettere sul tempo, sulla percezione, sul significato e sulla mortalità. La sua forza non sta nell’offrire una risposta definitiva, ma nell’aprire uno spazio in cui convivono molteplici interpretazioni.

Anzitutto, la metafora della vita come sogno mette in discussione le nostre certezze sulla realtà. I sogni appaiono vividi e convincenti mentre li viviamo, ma svaniscono non appena ci svegliamo. Paragonare la vita a un sogno suggerisce che anche la nostra esperienza quotidiana — così strutturata e apparentemente stabile — possa essere meno solida di quanto sembri. Filosoficamente, ciò si avvicina alle tradizioni scettiche che interrogano il rapporto tra percezione e realtà oggettiva. Non implica necessariamente che nulla sia reale, ma che ciò che chiamiamo “realtà” possa essere fragile e dipendente dalla coscienza.

L’enfasi sulla brevità intensifica ulteriormente questa riflessione. Anche il sogno più lungo si contrae in un istante una volta terminato. Allo stesso modo, la vita umana, se osservata nella vastità del tempo, appare sorprendentemente breve. Questa consapevolezza è centrale nella filosofia: il riconoscimento della finitudine influenza profondamente il modo in cui attribuiamo valore alle nostre azioni. Il detto si configura dunque come un richiamo alla consapevolezza del tempo limitato.

A prima vista, l’idea che la vita sia breve e simile a un sogno potrebbe condurre al nichilismo. Se tutto svanisce, quale senso hanno le nostre azioni? Tuttavia, questa conclusione non è inevitabile. Proprio la brevità può conferire intensità e significato all’esperienza. Come un sogno prezioso proprio perché destinato a finire, la vita può essere apprezzata nella sua unicità. L’assenza di permanenza non annulla il valore, ma lo trasforma in qualcosa di immediato e vissuto.

La metafora del sogno solleva anche questioni di consapevolezza e libertà. Nei sogni siamo spesso passivi, trasportati dagli eventi. Se la vita è simile a un sogno, siamo spettatori o protagonisti? Alcune tradizioni filosofiche suggeriscono che riconoscere questa natura “onirica” possa condurre a una maggiore lucidità. “Svegliarsi” non significa fuggire dalla vita, ma viverla con maggiore coscienza, superando illusioni di permanenza e di ego.

Vi è inoltre una dimensione etica. Se la vita è breve, il tempo condiviso con gli altri acquista un valore maggiore. Crudeltà e indifferenza appaiono vuote, mentre gentilezza e compassione diventano più significative. Riconoscere che tutti partecipano allo stesso sogno effimero può rafforzare l’empatia e il senso di umanità condivisa.

Allo stesso tempo, questa visione può essere liberatoria. Se tutto è destinato a svanire, anche il peso dell’ansia per la fama o la permanenza si attenua. Molto di ciò che facciamo sarà dimenticato, come i sogni al risveglio. Questa consapevolezza può favorire autenticità, cambiamento e libertà interiore.

Infine, il detto suggerisce una dimensione estetica dell’esistenza. I sogni sono spesso intensi, strani e belli. Considerare la vita come un sogno invita ad apprezzarne le sfumature: la fugacità dei momenti, la profondità delle emozioni, la meraviglia dell’esperienza. La sua brevità non ne diminuisce il valore, ma ne accresce la bellezza.

In conclusione, la vita è un sogno breve racchiude una profonda riflessione sulla condizione umana. Mette in discussione la realtà, richiama la brevità dell’esistenza e invita a vivere con maggiore consapevolezza. Che venga interpretato come monito, consolazione o invito alla lucidità, il detto ci incoraggia a vivere pienamente, pur sapendo che il sogno è destinato a finire.

— Adam Donaldson Powell 

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A Storia ri Dèdalu ‘n Sicilia

Doppu la funesta morti ri lu figghiu Icaru, Dèdalu, cu l’ali stancati ri duluri e memoria, calau supra la terra siciliana e truvau rifuggiu ‘nta la reggia ri Còcalu, re sìcanu ri Càmicu.
E già, ‘n chiddi jorna scuri, li surdati micenèi avìanu datu focu e ruina a li palazzi sacri ri Gnosso, Festo, Aghia Triada, Malia e Zagros, già scunvurgiuti dî marosi e dî tremuri dâ terra, figghi ri na cataclìsmica eruzzioni d’Atlantidi.

Minossi, scampatu cu picca cumpagni fideli, giurau vindetta e si misi ‘n caminu, circannu Dèdalu, l’artifici unicu ca putìa rialzari la sorti caduta.
E cu astuzia regali, circava risposta a n’enigma: cu sapi fari passari nu filu ‘ntra la spirali ri na cunchigghia?
Pirchì sulu cu avìa scioltu lu misteru dû labirintu putìa dari risposta.

E quannu l’enigma vinni prisintatu, Dèdalu, maestru ri ‘ngegnu, fici nu pirtusu ‘nta la cima dâ cunchigghia, e ligau nu filu a na minuta furmica, ca, ‘ntra giru e pacienza, trapassau la spirali e niscìu all’autra estremità.

Ma quannu Minossi ricivìu la prova, capìu la manu ri Dèdalu e ni addumannau la cunsegna.
Còcalu ricusau.
Allura guerra e assediu scinnìru supra Càmicu, e na figghia ri lu re vinni pigghiata comu pegniu.

Ma Còcalu, cu cori finu e menti sutta, finse accunsensu e invitau Minossi a nu fastu riali, riccu comu la terra siciliana.
E mentri li figghi ri lu re assistìanu l’ospiti ‘nta lu bagnu rituali, Dèdalu avìa già tracciatu la fini:
tubi occulti versavanu acqua vugghiuta comu focu liquidu, e accussì Minossi truvau morti, scuttatu dâ stissa ospitalità.

E li so òmini, ‘mbriacati ri vinu e carni, foru acciecati e jittati ‘n mari supra na navi funesta, unni supra lu timuni stava scrittu:
«Navi ri li Stùpidi».

E Dèdalu, carcu ri nostalgia pi Atene e stancu ri li torti ri la so vita, cadìu ‘n na prufunna malinconia, finu a dari fini a li soi jorna ‘nta l’ìsula sacra ri Delo.

L’ENIGMA

E davanti a la turba, tra stracci e silenzi, vinìa n’omu nicu, cu ricci niuri e occhi comu focu tramuntanu.
Ridìanu li genti, suspittusi di chiddu straneru, ma iddu, fermu e solenni, stinnìu la manu e dissi:

“Cu sapi sciogliri stu misteru?”

E la cunchigghia, muta e antica, parìa già sapiri lu nomu di cu avìa a rispunneri.

VINDITTA: SICILIA

Nta la notti senza stiddi, Minossi irrumpìu ‘nta la cammara riali, cu focu e ferru, tenennu la vita dâ figghia ri Còcalu ‘nta la punta d’un pugnali.

E lu re, guardannu l’occhi tremanti ri la criatura, capìu ca la prima guerra era pirduta—
ma già la secunna nascia ‘nta lu scuru ri lu pinsamentu.

MINOSSI

E li dei, cu vuci luntana e stanca, mormuràvanu:

“Chi resta d’un re quannu lu regnu svanisci?
Na stidda spenta nun richiama cchiù sguardi.
Re senza terra—pirata o buffuni.”

LA SCUTTATURA D’ACQUA VUGGHIUTA

Goccia appressu a goccia, l’acqua scinni comu sentenza.
Ogni calata è na memoria ca si consuma.

Li grida si fannu musica d’agonia, e la natura, antica e senza pietà, ripigghia ciò ca l’omu avìa osatu custruiri.

DÈDALU: LAMENTU PI UN RE CA MORE

Straziu è vìdiri la to forza sciuriri ‘nterra.
Aspetti, senza scelta, tra vita e morti.

Ma ancora, cu l’ùrtimu filu ri spiranza, mi stringi la manu—
e ‘nta stu gestu muti, dici tuttu:

“Vivemu tutti cu tempu non nostru…”

NAVI RI LI STÙPIDI

Sutta li stiddi eterni, na navi senza sorti scivola versu lu nenti.
Ricchizza e gloria sunnu ora muta fangu.

Lu sangu si fa friddu, ma celu e mari ristanu sereni—
indifferenti a li lamenti dî morenti.

DÈDALU: ELOGIU

E cori invisìbbili cantanu, inni di duluri e lodi,
mentri Dèdalu, cu manu ferma, si trafiggi lu pettu.

E la terra si spacca, accugliennu lu corpu senza parola,
mentri l’oscurità ristora l’òrdini primordiali.

EPITAFFIU

Supra na cullina, unni lu ventu cunta storii antichi,
giaci na tomba senza nomu, tra erbi e ciuri salvatichi.

L’ulivi, muti guardiani, a prutegginu.
E la luna, a voti, si leva comu corna lucenti supra la terra.

Segnu eternu, riflessu ‘nta lu celu:

“Ariston metron”
—la misura è la suprema virtù—

E ‘nta li custellazioni, comu monitu senza fini,
resta l’ecu d’un ‘ngegnu ca mai si spegni.

— Adam Donaldson Powell 

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ROSE BIANCHE

rose bianche, deposte con cura
sulla neve indurita —
a pochi centimetri dal luogo
in cui la lapide, ancora assente,
un giorno si ergerà fiera
su foglie smarrite, esili fili d’erba
e perenni tenaci
in sfumature d’arcobaleno.
la prima lacrima scivola, poi
traccia il suo corso sulle guance
bruciate dal vento, e altre
la seguono in fretta, alla ricerca
di un senso alla vita e alla morte,
e di altri misteri irrisolti
suscitati dalla tua
quasi casuale scomparsa.
gli amici mi esortano ad andare avanti,
a vivere, parlando del tesoro
dei ricordi e delle esperienze condivise
che mi hanno reso l’espressione
umana unica che sono diventato,
e che continuerà a plasmare
le vite di chi sfiorerò.
ma io credo nei vermi,
che senza sosta lavorano
trasformando le tue ossa preziose
e le ceneri in terra fertile
che nutrirà i fiori che i miei eredi
un giorno pianteranno,
quando anch’io, quasi per caso,
troverò le risposte che ora tu cerchi.

– Adam Donaldson Powell

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Sebastiano 

Il sole si divide—
luce sopra luce—
come se il cielo stesso
non potesse sostenere
uno sguardo unico.

Chi è—

—legalo—

—più forte—

Il suo nome passa piano
nell’aria:

Sebastiano.

Stringi—più in alto—

Io sono già tenuto,
pensa,
prima della corda, prima della mano.

Tira—

L’albero lo accoglie
come la terra accoglie la pioggia—
senza domanda.

Guardalo—

Io sto dove sono posto.
Io sto.

Fallo inginocchiare—

Io non mi abbasso.

Abbassagli la testa—

Io non scendo.

La corda brucia—

La corda è un cerchio—
io lo attraverso.

Dillo—

Io ho già parlato
nel silenzio
dove non potete entrare.

Colpiscilo—

Il corpo si apre.

Ancora—

Il corpo risponde.

Ancora—

Il corpo cede.

Perché non—

Io non sono contenuto
in ciò che cede.

Il vento inspira—

Scocca—

Una freccia arriva
come una domanda
già perdonata.

Ancora—

Un’altra—

Ancora—ancora—

Molteplicità di ferite,
unità dell’essere.

Dovrebbe gridare—

Io non mi divido.

Guardate—

La luce si raccoglie
dove volevate il vuoto.

Che cos’è—

Non è vostro da nominare.

Fatelo supplicare—

Non ho più nulla
da offrire.

Spezzatelo—

Io non sono
ciò che si spezza.

Le frecce restano—

segni senza dominio.

Leggi—

Non dice nulla a voi.

Il tempo esita—

—perché dura così tanto—

Perché aspettate
ciò che non verrà.

Finiscilo—

È già finito
altrove.

Lasciatelo—

Se ne vanno.

Il silenzio entra.

Poi il respiro—

piccolo,
ritornato.

No—

Io non me ne sono mai andato.

È vivo—

“Vivo” non è la parola.

Io sono.

Si rialza—

non per grazia,
ma per continuità.

Perché torna—

Perché non sono mai stato
dove mi avete lasciato.

Uccidetelo—

Non potete raggiungermi.

Colpiscilo—

Il corpo riceve.

Ancora—

Il corpo cede.

Ma io—

io non cedo.

C’è una soglia
oltre il dolore—

—non guardarlo—

dove il dolore non arriva.

Finiscilo—

Non c’è fine
nelle vostre mani.

Gettatelo via—

Ciò che gettate
non sono io.

Il corpo cade—

sì—

ma io non cado con lui.

Nessun grido.
Nessuna resa.

Solo questo:

Io rimango.

Intatto—
dove non potete entrare.

Non legato—
dove il vincolo fallisce.

Non spezzato—
dove la rottura finisce.

E nell’ultimo istante—

prima che il respiro
si sciolga—

egli rimane.

— Adam Donaldson Powell 

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un’apologia dell’identità: la fame che rifiuta di essere domata 

Non fraintendermi—
ho provato questa confessione davanti agli specchi,
nel riflesso opaco dei finestrini dei treni,
negli occhi di uomini che volevano meno del mito.
So cosa sono.
Un collezionista di fratture,
un curatore di rovina squisita—
attratto non dagli uomini, ma dalle loro ferite inesprimibili,
dalle stanze chiuse dietro le loro costole
dove qualcosa di ferale cammina avanti e indietro, invisibile.
Dico amore,
ma non è amore come lo archivierebbero loro—
non il nitido archivio domestico di mattine condivise,
di spazzolini inclinati l’uno verso l’altro
come canne obbedienti.
No.
Voglio il sussulto prima del tocco,
l’esitazione prima che il nome venga pronunciato,
il silenzio che si allunga troppo
e osa sfidarmi a oltrepassarlo.
Voglio l’uomo che non cede.
E sì—
li nomino come santi di una liturgia privata:
Genet, tutto velluto criminale e sacro tradimento,
Mishima, scolpito in acciaio e soli impossibili.
Mi senti?
(Lo so che sì—
tu dietro la quarta parete,
e tu dietro la quinta,
dove il giudizio finge di non esistere.)
Vedi lo schema.
Vedi la fame travestita da devozione.

Mi dico che è misericordia.
Che solo io sono fluente
nel dialetto della loro trattenuta,
che solo io posso estorcere la confessione
da labbra addestrate a sanguinare prima di supplicare.
Lo immagino—
oh, lo coreografo con precisione oscena:
il momento della frattura.
La resa improvvisa.
La voce, bassa, quasi vergognosa—
sono stanco.
E io, il testimone necessario,
raccoglierei quella stanchezza come contrabbando,
la cullerei, la santificherei,
la chiamerei verità.
Direi:
Ora sei al sicuro.
(E questo non mi renderebbe divino?)

Ma mentre lo dico,
sento la menzogna premere contro i miei denti.
La sicurezza non è ciò che cerco.
No—
cerco la resistenza,
il rifiuto lento, elegante
che affila il mio desiderio
in qualcosa di quasi bello.
Se cedono troppo presto,
si dissolvono.
Se si ammorbidiscono,
svaniscono nella terribile categoria del possibile.
E cosa dovrei farmene del possibile?
Cosa dovrei fare con uomini
che rispondono direttamente alle domande,
che depongono le loro ferite nelle mie mani
come offerte già scartate?
Sono gentili.
Sono disponibili.
Sono—
Dio li perdoni—prevedibili.
Li imparo troppo in fretta.
Mappo le loro paure,
traccio i contorni del loro desiderio,
trovo la leva che li fa voltare verso di me
con quello sguardo—
quello sguardo che dice:
Dimmi chi essere.
E io lo faccio.
Certo che lo faccio.
Divento l’architetto silenzioso dei loro affetti,
regolando tono, tempo, distanza—
un gesto trattenuto qui,
uno sguardo prolungato là—
finché non sono disposti attorno a me
come mobili in una stanza
che non desidero più abitare.

Questa è la parte che non confesso ad alta voce:
il controllo è un misero sostituto della conquista.
La domesticazione è la morte del desiderio.
Ho trasformato lupi in animali da compagnia,
e poi mi sono chiesto perché non mordessero.

Così ritorno, ancora e ancora,
all’irraggiungibile.
Agli uomini che non mi lascerebbero mai entrare,
che preferirebbero bruciare
piuttosto che essere compresi.
Rimangono intatti.
Rimangono altri.
E dunque, rimangono perfetti.

Lo vedi ora?
(Sì—lo vedi. Non distogliere lo sguardo.)
Questo non è romanticismo.
Questa non è salvezza.
Questa è identità.
Sono il predatore delle porte chiuse,
il devoto del non detto,
colui che scambia la distanza per profondità
e la resistenza per significato.
Non li voglio per ciò che sono—
li voglio nel momento della rottura,
e solo se la rottura è rara,
e solo se ne sono la causa.

Ma ecco l’aritmetica crudele:
i veramente spezzati non mettono in scena le loro fratture a comando.
I veramente guardinghi non si ammorbidiscono per gli estranei.
I veramente distanti restano distanti.
Non hanno bisogno di me.
E quelli che invece hanno bisogno di me—
quelli che si inclinano, che si aprono, che offrono—
diventano trasparenti troppo in fretta,
il loro mistero evapora
sotto il calore della mia attenzione.
Li supero
prima ancora che siano arrivati.

Così cammino in questo corridoio stretto
tra fame e noia,
tra mito e manutenzione,
senza mai arrivare, senza mai essere soddisfatto.
Solo—
non perché nessuno si avvicini,
ma perché rifiuto la vicinanza
che non mi oppone resistenza.

Ascolta attentamente ora—
questa è la cosa più vicina a una scusa che offrirò:
so che la missione è impossibile.
So che gli uomini che cerco
esistono solo a una distanza
che li mantiene intoccabili,
intatti davanti al mio desiderio.
So che se mai uno si voltasse—
davvero si voltasse—
e dicesse: Prendi,
io indietreggerei.
O peggio—
accetterei,
e nell’accettare distruggerei la stessa tensione
che lo rendeva luminoso.

E tuttavia.
E tuttavia—
mi sveglio ogni mattina con lo stesso voto silenzioso:
trovare la frattura che non cede,
amare l’uomo che non può essere avuto,
restare sulla soglia del silenzio altrui
e chiamarla casa.

Puoi chiamarla solitudine.
Puoi chiamarla patologia.
Io la chiamo—
identità.
E cos’è un uomo
senza la storia che si rifiuta di abbandonare?

— Adam Donaldson Powell 

________________

Imburri il pane da entrambi i lati?

Ehi bello:
se vuoi scoparmi, scopami.
se vuoi succhiarmi, fallo.
se vuoi prendermi il culo, fallo senza pensarci.

E poi…
ti porto in un viaggio
che ti manda fuori di testa.

IL MIO SCONOSCIUTO… DOLCE DA MORIRE

Dolce da morire
le tue promesse sporche.

Mi attiri…
poi mi molli.

Esistiamo solo nei sogni marci.

Fuori ritmo…
ma incastrati male.

Ti vedo ovunque…

sei un cazzo di ossessione.

DIRTY TALK

Parole sporche
in bar pieni di fumo…

desiderio,
bugie,
voglia animale.

Il tuo odore…
sudore e profumo cheap…

una merda…
ma mi fa impazzire.

Mi leghi,
mi abbassi,
mi fai cedere.

E io ci sto.

VOGLIO UN AMANTE

Uno vero.
Subito.

Non un coglione qualsiasi.

Uno che mi prende,
mi usa,
mi sbatte senza paura.

Uno vero.

TI SCOPERÒ

Non c’è alternativa.

Ti voglio sempre.

Ti penso sempre.

Ti scoperò.

Ancora.
Ancora.

E non smetto.

AFFAMATO DA FAR SCHIFO

Ho aspettato troppo.

Ora ho fame.

Fame vera.
Bestiale.

LA TUA BOCCA

La tua bocca…

è una dannata droga.

Cristo…
che goduria.

LINGUA

La tua lingua…

ma anche la mia
su tutto il tuo corpo.

Ti distruggo.

Baciami, cazzo.
BACIA!

FETISH

Mi piace tutto…

ma voglio solo
te.

NIENTE POESIA

Zitto.

Guardami.

Desiderami.

Non hai il permesso.

Apri la bocca.

Obbedisci.

Soffri un po’.

È quello che mi eccita.

SENZA FRENI

Inizia piano…

ma finisce
che ti sfondo.

Fai finta di resistere…

poi cedi.

E godi.

DURO ADESSO

Basta romanticismo.

Fammi vedere
quanto lo vuoi.

Adesso.

AMORE STRANO

Non è amore…

è solo sesso fatto bene.

DIMMI, STRONZO

Che parola ti fa impazzire?

Dimmelo.

Te la sputo addosso
finché perdi il controllo.

LO SAI BENISSIMO

Sto parlando di te.

Sempre.

SOGNI SPORCHI

Viva l’amore.
Viva il sesso.
Viva le bugie.

Magari ti trovo
nei sogni.

DENSO

Cielo pesante…

mi ricorda noi…

e quella cosa…
sai già.

LAMA

Niente catene.

Solo rischio.

E taglio.

ODORE DI SESSO

Sudato…
animale…

ti inseguo.

Ti prendo.

E quando cedi…

capisco:
è amore.

Per un attimo.

Poi…

silenzio,
sudore,
e sperma
ovunque.

— Adam Donaldson Powell 

_________________

Epitaffio 

Quando l’ultima luce allenta
la presa sul mio nome,
e gli archivi accurati del sé
cominciano a disfarsi—
lasciate cadere per primi i discorsi,
i loro argomenti levigati che si spengono
come monete sul fondo di un pozzo.
Lasciate che i manifesti si disperdano nel vento,
la loro urgenza sopravvissuta dal silenzio.
Deponete i libri che non ho mai finito,
le tele tese verso un senso,
le fotografie che cercavano di imprigionare il tempo
e ne trovarono soltanto l’eco.
Persino le domande—
quelle fiamme vive e insistenti—
lasciatele spegnere senza risposta.

Perché nulla di tutto questo mi seguirà
oltre la piccola soglia senza nome
dove i titoli si allentano
e ogni ingegno è dolcemente rifiutato.

Ciò che resterà—
se qualcosa oserà restare—
è più semplice, e molto meno ornato:
la quieta gravità di mani tenute
senza testimoni,
le misericordie non registrate,
il perdono dato troppo tardi
ma dato comunque,
le volte in cui ho scelto di restare
quando partire era più facile,
il fragile coraggio di aprirmi
ancora, e ancora,
nonostante le prove contrarie.

Misuratemi lì—
non nel rumore che ho fatto,
né nelle ombre che ho inseguito fino a dar loro forma,
ma nel calore che ho mantenuto vivo
tra me e un altro.

Se devo essere scritto in qualche modo,
sia in questa breve riga:
che ho imparato, imperfettamente,
ad amare—
e sono stato, per un momento,
amato a mia volta.

— Adam Donaldson Powell

_________________

La gabbia è bellissima; la menzogna è orribile 

Ci hanno insegnato a lucidare la gabbia
finché le sbarre non riflettessero il paradiso.
A sbiancare i denti.
Ad appiattire lo stomaco.
A cauterizzare ogni ruga prima che potesse diventare una frase.
A temere la morbidezza
come se la tenerezza stessa fosse una malattia contagiosa.
E noi abbiamo obbedito.

Ci siamo allineati sotto le luci delle cattedrali
in templi fatti di specchi e misericordia fluorescente,
offrendo i nostri corpi ai sacerdoti algoritmici:
bisturi, sieri, fame,
proteine in polvere mescolate alla disperazione,
sorrisi rivestiti di bianco come lapidi.

Ogni cartellone pubblicitario divenne una scrittura sacra.
Ogni copertina di rivista un comandamento.

Non invecchierai.
Non cederai.
Non riposerai.
Rimarrai consumabile.

Così abbiamo imparato a scolpirci
in silhouette commerciabili.

Le donne rasavano la fame sui propri fianchi
finché le costole non somigliavano a gabbie per uccelli.
Gli uomini ingoiavano ferro e rabbia
finché i loro cuori non battevano come macchinari intrappolati.
I bambini fissavano schermi luminosi
già chiedendo scusa per i propri volti.

E i ricchi vendevano l’immortalità
come fosse profumo.
Galleggiavano sugli oceani
su yacht più grandi di villaggi,
bevevano acqua glaciale da bocche di cristallo,
posavano accanto a piscine a sfioro
con mogli-trofeo laccate di diamanti,
mariti-trofeo abbronzati come monumenti,
tutti sorridenti con lo stesso sorriso imbalsamato
di persone terrorizzate all’idea di smettere di recitare.

Perfino il paradiso divenne lavoro.
Le vacanze non erano più viaggi
ma prove.
Prove di valore.
Prove di esistere nel modo corretto.

Il tramonto non veniva osservato
ma caricato online.
Il pasto non veniva gustato
ma documentato.
Il bacio non veniva sentito
ma esibito
come una fusione aziendale tra teschi attraenti.

E sotto tutto questo: la stanchezza.

Una civiltà sonnambula sui tapis roulant,
a correre verso il nulla,
bruciando calorie per dèi che non ci amano.

Le nostre ruote da criceto brillavano al neon.
Le nostre gabbie avevano il Wi-Fi.
Lo chiamavamo libertà
perché la porta era dipinta d’oro.

Nel frattempo la solitudine si diffondeva
attraverso la popolazione
come muffa nera sotto la carta da parati.

Le persone imparavano a curare la propria immagine
ma dimenticavano come conoscere sé stesse.
Dimenticavano come stare in silenzio
senza cercare uno schermo
come un narcotico.

Siamo diventati archivisti della nostra stessa performance.

Ogni difetto ingigantito.
Ogni estraneo un concorrente.
Ogni amico segretamente misurato
per bellezza, status, follower, giovinezza.

E la vergogna divenne moneta.
La spendevamo con prodigalità.

Deridevamo i vecchi
perché temevamo di diventare visibili alla morte.
Deridevamo i grassi
perché adoravamo la privazione.
Deridevamo i poveri
perché confondevamo la ricchezza con la virtù.
Deridevamo i soli
mentre costruivamo intere economie
progettate per isolare.

Perfino la salute divenne vanità in camice bianco.

La gente contava i passi
ma non le benedizioni.
Misurava i macronutrienti
mentre i matrimoni marcivano nel silenzio.
Ottimizzava i cicli del sonno
eppure si svegliava ogni mattina
con anime simili a centri commerciali abbandonati.

I profeti dell’auto-aiuto arrivarono su jet privati
per insegnare il vuoto come illuminazione.

“Manifesta l’abbondanza.”
“Lavora più duramente.”
“Diventa la versione migliore di te stesso.”

Come se il sé fosse un prodotto in attesa di lancio.
Come se gli esseri umani nascessero difettosi
e dovessero guadagnarsi il diritto di esistere
attraverso un miglioramento perpetuo.

Così ci iniettavamo giovinezza nei volti
mentre la storia crollava intorno a noi.
Filtravamo la pelle fino a renderla liscia
mentre le foreste bruciavano.
Compravamo borracce motivazionali
mentre i nostri spiriti morivano di sete.

Eppure la macchina pretendeva ancora di più.

Più bellezza.
Più produttività ossessiva.
Più ottimizzazione.
Più invidia travestita da aspirazione.

Perché una popolazione che odia sé stessa
è facile da manipolare.
Gli insicuri sono consumatori obbedienti.
I soli sono redditizi.
Gli esausti non si ribellano.

Così i motori continuarono a ruggire.

Fabbriche del desiderio.
Catene di montaggio dell’inadeguatezza.
Corridoi infiniti di scorrimento compulsivo
dove milioni di persone vagavano,
affamate di significato
mentre si abbuffavano di apparenze.

E da qualche parte sotto il rumore,
sotto i sorrisi cosmetici
e le vacanze curate nei dettagli
e la giovinezza conservata chimicamente,
il corpo continuava a dire la verità.

Negli attacchi di panico.
Nell’insonnia.
Nel mangiare compulsivo.
Nell’intorpidimento.
Nella dipendenza.
Nell’odio silenzioso verso lo specchio.

L’anima non prospera
quando viene trattata come materiale da branding.
Appassisce.

Eppure anche ora
qualcosa di ostinato sopravvive in noi.

Un dolore primordiale
per una gioia non acquistata.
Per risate dai denti storti.
Per pance non nascoste.
Per volti lasciati invecchiare come paesaggi sinceri.
Per un amore non toccato dalla transazione.
Per amicizie che non richiedono spettatori.
Per mattine che non appartengano a nessuna corporazione.
Per corpi trattati non come pubblicità
ma come case.

Forse un giorno
scenderemo insieme dal tapis roulant.
Forse finalmente ascolteremo
il terribile silenzio
dopo che le macchine si saranno fermate.

E forse in quel silenzio
scopriremo
che non siamo mai stati destinati a diventare perfetti.

Solo vivi.

— Adam Donaldson Powell

________________

sutta â me peddi


un biccheri arrivutatu;
u vinu russu curri
supra a tavula
u lassu jiri
supra u bordu e macchiari
u me tappitu biancu-spurcatu
sapennu ca ristarà
pi sempri
na firma dû nostru
vasu di passioni;
nu ricordu
d’un mumentu di scurdizza
e d’un tempu quannu
t’avìa…
sutta â me peddi.


— Adam Donaldson Powell

___________________\

carta arricciata


carta arricciata…
li orli macchiati di sangu
di tagghi di carta –
cullini d’emuzioni
ca disperatamenti pruvanu
a ammucciari li palori
d’amuri ca nun avìanu
mai a essiri scritti
pi tutta a posterità
ma sulu sussurrati sutta
u me rispiru nta nu mumentu
di passioni senza pinseri.


— Adam Donaldson Powell

________________

ozempic 

Ntâ chiazza unni fuma lu mari
e Catania sapi di sali e limuni,
trasìu lu turista, tuttu ciatu e sonni,
cu l’occhi cchiù granni dû sò distinu.

Li tavuli lucìanu comu altari,
li bicchieri cantàvanu pianu,
e di la cucina vinìanu prufumi
ca facìanu trimari puru li santi.

“Portàtimi l’aragosta câ pasta,”
dissi, senza pinsari ô stòmacu.
Lu cuocu arrisìu sutta li baffi,
sapennu lu pisu di chiddu desideriu.

Muzzicò l’antipastu cu amuri,
sorbìu lu vinu russu e prufunnu,
e pi nu mumentu si cridìu re
dâ fami e dû piaciri dû munnu.

Ma quannu arrivò lu piattu granni,
na muntagna russiccia e fumanti,
l’arma ci ristò senza palori
e lu cori cuminciò a fari passu arrè.

Ogni furchettata parìa crisciiri,
la pasta allungava l’umbra so’,
e l’aragosta, regina dû mari,
divintò battagghia e punizioni.

Manciò la mità, forsi mancu,
poi si firmò cu l’occhi abbassati.
Li cammareri, tutti prioccupati:
“Signuri, nun v’â piaciuta?”

“No, no,” suspirò quasi mortu,
“è divina, parola sincera…
ma sta pasta crisci a ogni muzzicuni,
comu si avissi magia ntra la pignata.”

Ma iddi, siciliani testardi,
arrispunnìanu cu gran cunvinzioni:
“Chisti su’ purzioni normalissime,
cca si mancia accussì dâ nascita.”

Pagò, lassò na mancia ginirusa,
e cu la varogna appisa ô coddu
strisciò lentu versu l’Uber niuru
ca l’aspittava sutta li lampi.

E mentri l’hotel s’avvicinava
e l’Etna fumava luntanu,

pinsò cu pena e cu rancuri:

“Ozempic m’ha arruvinatu
n’àutru miraculu sicilianu.”

— Adam Donaldson Powell

_________________

quando il meglio non basta

Resto in piedi tra le rovine educate del nostro conflitto,
con le mani aperte come porte
lasciate troppo a lungo a sbattere nel vento.
Il mio amico mi guarda con occhi stanchi
e ripete piano:

«Ho fatto tutto quello che potevo.»

E allora il silenzio si siede tra noi,
pesante come un terzo corpo.

Vorrei credere al suo coraggio,
alle sue notti insonni,
alle parole inghiottite
per non alimentare l’incendio,
alle scuse goffe lasciate come fiori bagnati
sulla soglia della mia rabbia.

Vorrei dirgli:
sì, è stato abbastanza.
Sì, hai tentato tutto.
Sì, la pace a volte chiede meno di un miracolo.

Ma qualcosa dentro di me resiste.

Perché fare “tutto il possibile”
non significa sempre fare ciò che serve.

Si può parlare senza ascoltare.
Si può tornare senza capire
perché si è andati via.
Si possono tendere le braccia
tenendo ancora i pugni chiusi nel cuore.

E io resto qui,
con questa strana colpa
di chiedere di più a qualcuno
che crede di essersi svuotato fino alle ossa.

Allora cosa si fa?

Si accettano gli sforzi imperfetti
come si accetta la pioggia:
insufficiente a salvare i raccolti,
ma caduta dal cielo comunque?

Oppure bisogna dare un nome alla mancanza,
anche rischiando di sembrare ingiusti?
Dire:

«Il tuo possibile non ha guarito il mio dolore.»

Senza trasformare quella frase
in una condanna.

Cammino a lungo con queste domande.
Le rigiro nella bocca
come pietre levigate
per non sanguinare più.

Poi forse comprendo questo:

Nei conflitti,
la verità non vive sempre da una parte sola.
Capita che qualcuno abbia davvero dato
il massimo di ciò che sapeva dare,
e che quel massimo
resti comunque insufficiente per amare bene.

Allora la soluzione forse non è misurare
chi abbia ragione,
chi abbia sofferto di più,
chi meriti il perdono.

Forse bisogna guardare oltre:
uno è disposto a imparare?
l’altro è disposto a spiegare senza distruggere?
Esiste ancora un luogo
dove due fragilità possano sedersi disarmate?

Perché certi legami muoiono
per mancanza di impegno.
Altri muoiono
per mancanza di capacità.
E riconoscerlo richiede una lucidità
più difficile del perdono stesso.

Oggi non so ancora
se devo andarmene
o restare per mostrargli ciò che non ha visto.

Ma so questo:

L’amore, l’amicizia, la pace —
nessuna di queste cose sopravvive a lungo
alla frase:

«Ho fatto abbastanza, quindi la storia finisce qui.»

A volte amare qualcuno
significa accettare
che il suo “abbastanza”
non basti a guarire tutto.

E a volte crescere
significa capire
che bisogna imparare a fare meglio
anche dopo aver dato tutto.

— Adam Donaldson Powell

________________

Immaginate! (Milano) 

Immaginate…
di vivere in un santuario
in una lontana terra esotica:
un’enclave esclusiva dove
eremiti irsuti possono sfuggire alle
indiscrezioni invadenti del
volgari e selvagge.
Attenzione.
niente di troppo stravagante:
un modesto monolocale
con un leggero servizio di pulizia,
una vista spaziosa e, naturalmente, un
sistema di sicurezza all’avanguardia.
Immaginate.
Sarebbe una vita semplice
di riflessione e di svago:
crogiolarsi ogni giorno al sole e all’ombra
e, quando assolutamente necessario,
ricevere ospiti ammirati
in modo davvero cortese.
(sigh)…
Come pensate che dovrei chiamare
un posto del genere?
Certamente niente di così banale
come Eden o Eliseo.
No, deve essere un nome incantevole come
incantevole come la fantasia stessa:
come Gangros… o Lurana…
o forse semplicemente Zoo.

— Adam Donaldson Powell

_________________

quando il meglio non basta

Resto in piedi tra le rovine educate del nostro conflitto,
con le mani aperte come porte
lasciate troppo a lungo a sbattere nel vento.
Il mio amico mi guarda con occhi stanchi
e ripete piano:

«Ho fatto tutto quello che potevo.»

E allora il silenzio si siede tra noi,
pesante come un terzo corpo.

Vorrei credere al suo coraggio,
alle sue notti insonni,
alle parole inghiottite
per non alimentare l’incendio,
alle scuse goffe lasciate come fiori bagnati
sulla soglia della mia rabbia.

Vorrei dirgli:
sì, è stato abbastanza.
Sì, hai tentato tutto.
Sì, la pace a volte chiede meno di un miracolo.

Ma qualcosa dentro di me resiste.

Perché fare “tutto il possibile”
non significa sempre fare ciò che serve.

Si può parlare senza ascoltare.
Si può tornare senza capire
perché si è andati via.
Si possono tendere le braccia
tenendo ancora i pugni chiusi nel cuore.

E io resto qui,
con questa strana colpa
di chiedere di più a qualcuno
che crede di essersi svuotato fino alle ossa.

Allora cosa si fa?

Si accettano gli sforzi imperfetti
come si accetta la pioggia:
insufficiente a salvare i raccolti,
ma caduta dal cielo comunque?

Oppure bisogna dare un nome alla mancanza,
anche rischiando di sembrare ingiusti?
Dire:

«Il tuo possibile non ha guarito il mio dolore.»

Senza trasformare quella frase
in una condanna.

Cammino a lungo con queste domande.
Le rigiro nella bocca
come pietre levigate
per non sanguinare più.

Poi forse comprendo questo:

Nei conflitti,
la verità non vive sempre da una parte sola.
Capita che qualcuno abbia davvero dato
il massimo di ciò che sapeva dare,
e che quel massimo
resti comunque insufficiente per amare bene.

Allora la soluzione forse non è misurare
chi abbia ragione,
chi abbia sofferto di più,
chi meriti il perdono.

Forse bisogna guardare oltre:
uno è disposto a imparare?
l’altro è disposto a spiegare senza distruggere?
Esiste ancora un luogo
dove due fragilità possano sedersi disarmate?

Perché certi legami muoiono
per mancanza di impegno.
Altri muoiono
per mancanza di capacità.
E riconoscerlo richiede una lucidità
più difficile del perdono stesso.

Oggi non so ancora
se devo andarmene
o restare per mostrargli ciò che non ha visto.

Ma so questo:

L’amore, l’amicizia, la pace —
nessuna di queste cose sopravvive a lungo
alla frase:

«Ho fatto abbastanza, quindi la storia finisce qui.»

A volte amare qualcuno
significa accettare
che il suo “abbastanza”
non basti a guarire tutto.

E a volte crescere
significa capire
che bisogna imparare a fare meglio
anche dopo aver dato tutto.

— Adam Donaldson Powell

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Il Buffet delle Parole 

Al banco lucente della salumeria del dire,
entro affamato di senso, con la lingua a sentire,
dove i verbi nei barattoli sussurrano agli avverbi,
e gli aggettivi flambé si atteggiano, superbi.

Ci sono parole da poco, da mercato, comuni,
« cosa », « roba », « tipo » — riempitivi opportuni,
stanno in tasca, risolvono in fretta ogni guaio,
ma suonano vuote, fugaci, come un eco lontano e vano.

Accanto, su un vassoio d’argento, con gran decoro,
riposano parole costose, d’aria d’oro:
« pedante », « idiosincrasia », « inesorabile », « loquace »,
ogni sillaba in giacca, ogni vocale audace.

Il cameriere sussurra: « Serviti con eleganza »,
ma inciampo nella lingua — che strana esuberanza!
Afferro « parallelepipedo » per farmi notare,
inciampo nel dolce, il verbo mi sfugge a mezz’aria.

Alcune parole hanno scritto: « Vietato toccare »,
« irreversibile », « mai », « sempre » — da dosare.
Basta un pizzico e il pasto si guasta all’istante,
il perdono diventa dessert raro e distante.

In un angolo scuro, nascoste, le proibite bisbigliano,
coperte da veli che le leggi non vigilano.
Dolci amari gustati in segreto piacere,
poi lavati di notte col sapone del rimpiangere.

Là, in un vaso limpido, galleggiano parole inutili:
« praticamente », « letteralmente » — movimenti futili.
Gonfiano le frasi d’aria inconsistente,
ma saziare il senso? Non sanno farlo veramente.

Ci sono anche quelle usate per pungere e ferire,
parole-spillo pronte a colpire:
« fallimento », « ridicolo », « nessuno te l’ha chiesto »,
servite bollenti dove l’affetto è ormai spento.

E quelle che non tornano, come vetro spezzato,
una volta lanciate, ciò che era si è incrinato.
« Non mi importa », « fai come vuoi », « non vali niente » —
si spazza dopo, ma la crepa resta presente.

Ma guarda — nel banco più semplice e più caro,
riposano parole di perdono, su un vassoio raro:
« scusa », « avevo torto », « posso riprovare? »
hanno il sapore di casa e sanno aggiustare.

Ne prendo una manciata, con cura e intenzione,
le dispongo sul piatto della mia espressione:
un po’ di leggerezza, un po’ di precisione,
meno schiuma vuota, più pane con decisione.

Alla cassa arriva il conto — non bastano monete:
paghi in conseguenze ogni frase che emettete.
Me ne vado colmo di lezioni, con un tovagliolo di memoria:
parlare è cucinare destini — e il silenzio ha la sua storia.

— Adam Donaldson Powell 

_________________

sonno / non sonno 

  1. Insonnia

Le pecore sono diventate selvatiche—
rifiutano i recinti,
saltano sghembe sopra i miei pensieri,
impigliando la lana ai bordi dell’ansia.

Le conto comunque.
Uno, due, tre—
i loro zoccoli risuonano come monete cadute
nel vuoto del mio cranio.

Giro il cuscino,
lato fresco, lato caldo,
come se il sonno fosse un animale timido
che potrebbe avvicinarsi se resto immobile.

Respiro lento.
Poi più lento.
Poi consapevole di ogni respiro
come sforzo, come fallimento.

L’orologio ronza più forte del dovuto.
Il tempo non è più una linea
ma un filo che si tende—
ogni minuto un altro giro.

Provo a svuotare la mente
ma si riempie di istruzioni
su come svuotarla.
Prova il buio.
Prova il silenzio.
Prova la forma del nulla—
ma il nulla ha spigoli,
e continuo a trovarli.

Il mattino aspetta come una conseguenza.
Resto sveglio ad affrontarlo,
già esausto
dall’atto di non dormire.

II. Sonno incontrollato

Il sonno non arriva—
tende agguati.

A metà frase,
il mondo si ammorbidisce ai bordi,
le voci si allungano in fili
che non riesco a trattenere.

Mi sono assopito su sedie,
sugli autobus,
una volta in piedi,
appoggiato come un cappotto dimenticato
contro un muro.

Il caffè è una voce lontana.
L’acqua fredda, un’ipotesi.
Il mio corpo continua a scegliere altrove—
una gravità interna e opaca.

A volte la gente ride—
“beato te,” dicono,
mentre scompaio di nuovo
a metà risata, a metà vita.

I sogni traboccano nel giorno,
incompiuti, invadenti—
una seconda realtà
cucita male sopra questa.

Mi sveglio a frammenti:
un nome che non ho sentito,
un momento già svanito,
una stanza riorganizzata dal tempo.

Il sonno qui non è rifugio—
è un ladro
che ruba ore intere
e mi lascia
solo la sfocatura.

III. Assedio della mente vigile

Prima che la venticinquesima ora osi
allentare la sua presa spettrale,
cammino nei corridoi stretti
della mia coscienza—
sentinella che rifiuta di cedere.

Il letto diventa campo di battaglia,
le lenzuola arrotolate come serpenti pazienti,
sussurrano resa.
Ogni respiro che prendo
è contato, contestato, negato.

I pensieri marciano in colonne instancabili:
rimpianti incompiuti,
frasi sospese,
echi di conversazioni
mai davvero concluse.

Rifiutano il congedo—
inermi come campane di ferro.

Il soffitto si china ad ascoltare.
Le ombre allungano le dita
sui muri,
misurando la lenta erosione
della mia volontà.

Contratto con il buio:
un minuto ancora,
un secondo in più—
come se la coscienza fosse
una fiamma fragile
che solo io devo custodire.

Ma l’orologio non negozia.
Il suo ritmo si fa più pesante,
un pendolo che oscilla
tra midollo e mente,
sfumando i contorni del pensiero.

La mia vigilanza vacilla.
Le parole si dissolvono in mormorii,
i mormorii in silenzio—
e il silenzio in qualcosa di vasto,
in attesa sotto la superficie dell’essere.

Poi—
un crollo quieto.
Non una sconfitta dichiarata,
ma sottratta—
come respiro nell’aria d’inverno.

La guardia abbandona il posto,
i muri cedono verso l’interno,
e io scivolo, ormai senza resistenza,
nella stessa corrente oscura
che trascina ogni cosa
oltre la volontà.

IV. Viaggio notturno

Nella venticinquesima ora,
quando l’insonnia cede
a un crepuscolo junghiano,
il ticchettio inviolato
dell’orologio sul comodino
tradisce la coscienza
con ritmo sinistro.

È un requiem
di abbandono,
in cui anime indifese
vengono guidate
alla soglia della fine del tempo.

Le lancette si sciolgono
in immagini surreali di membra
senza corpo
che mi trascinano
in un vortice infernale d’oblio.

Sembro cadere per sempre;
precipitando tra rovine d’arenaria,
giungle preistoriche,
fino a una vasta galassia
di schegge smeraldine traslucide.

I battiti di innumerevoli predecessori
ancora atterriti
mi spingono a urlare prima dell’impatto,
e mi sveglio in preda al panico:
afferrando il quadrante luminoso
del mio inconsapevole orologio.

V. Ripristinare la notte

Mi alzo come espulso—
i polmoni ansimano,
il cuore martella protesta
contro profondità invisibili.

La stanza ritorna a frammenti:
spigoli di mobili,
la silenziosa complicità delle pareti,
l’orologio sul comodino di nuovo
innocente nella sua persistenza.

Nessun abisso ora—
solo la sua eco,
appiccicata come ragnatele
dietro gli occhi.

Siedo tra i resti
di quella caduta svanita,
raccogliendo respiro dopo respiro
come vetri dispersi
da recuperare con cura.

Nessun movimento brusco.
Nessuna fantasia selvaggia.
Nomino ciò che resta:
un letto,
un corpo,
una notte non ancora finita.

Il cuore, riluttante,
allenta il ritmo—
da allarme
a cautela,
da cautela
a qualcosa quasi calmo.

I pensieri, un tempo ferali,
si lasciano guidare in forme più quiete:
corridoi gentili,
ordinati e in penombra,
dove nulla balza
dall’oscurità.

Lisciò il tessuto dell’istante,
stirandone le pieghe
con calma deliberata.

Questa volta
non cadrò—
ma scenderò.
Non trascinato,
ma portato.

Chiudo gli occhi
come si entra nell’acqua,
saggiandone la superficie,
accettandone la profondità.

E da qualche parte, oltre la paura,
il sonno attende ancora—
non come carceriere,
ma come guida paziente
dalle mani addolcite.

— Adam Donaldson Powell

_________________

Quattro sonetti ispirati alle “Quattro Stagioni” di Vivaldi

  1. Primavera (La Primavera)

Ritorna il canto e scioglie il duro gelo,
tra verdi fili ride il novo ardore,
e l’aura lieve accarezza ogni fiore,
mentre l’acqua risplende sotto il cielo.
Là dorme il pastor, quieto nel suo velo,
tra sogni dolci e un placido tepore;
vegliando, il cane rompe il suo languore,
e il frondeggiar sussurra un lento zelo.
Poi s’alza il suon di rustiche zampogne,
e il piè risponde al ritmo della terra;
tra risa e giri ogni pensier si perde.
Così la vita in lieta danza regna,
e il mondo, desto dalla lunga guerra,
ritrova il cor tra luci tenere e verdi.

II. Estate (L’estate)

Grave sul mondo il sole ardente posa,
il cuculo ripete il suo richiamo,
e mesta tortorella leva un ramo
di suon che par sospir d’anima ansiosa.
L’aria si tende, immobile e dubbiosa,
mentre il pastor già trema in cuor suo gramo;
ronzan gli insetti in turbine lontano,
finché il ciel rompe in furia fragorosa.
Scoppia la tempesta, il vento infuria,
grandine cade e il campo aspro flagella,
e lampi fendono la notte oscura.
Ogni forza si spezza e si ribella—
così l’estate mostra la sua furia,
celata prima in calma tanto pura.

III. Autunno (L’autunno)

Colma è la mensa e il vino scorre lieto,
tra canti sciolti e danze senza freno;
il riso cresce e il passo si fa pieno,
finché l’eccesso rende il corpo quieto.
Cade il vigor nel sonno più discreto,
e il giorno cede al sogno lento e pieno;
la notte accoglie ogni mortal terreno,
placando il cuore ormai del tutto quieto.
Ma l’alba chiama al suon di corni e cani,
la selva trema al rapido fuggire,
e l’uom rincorre con ardor la preda.
Finché la forza cede ai duri affanni,
e il vivo corso giunge al suo finire—
così l’autunno il suo destino svela.

IV. Inverno (L’inverno)

Nel gelo acuto trema ogni vivente,
il dente batte e il piè percuote il suolo;
taglia il vento crudele come un duolo,
e il fiato fugge labile e tremante.
Ma dentro arde un conforto più costante,
mentre la pioggia cade piano al suolo;
un dolce canto rompe il lungo duolo,
e scalda il cor nel foco rilucente.
Fuor, l’insidioso ghiaccio inganna il piede,
che scivola e cade in moto incerto;
due venti lottan senza mai posa.
Così l’inverno la sua legge chiede:
tra gelo e foco è il viver nostro offerto,
tra dura prova e quiete luminosa.

— Adam Donaldson Powell 

________________

 qui ora 

C’è un fuoco silenzioso dentro di me,
piccolo come una brace sotto la cenere d’inverno,
eppure fedele.
Veglia su di me
quando il corpo mormora i suoi tradimenti—
il lamento denso del sangue,
gli allarmi sordi
nelle vene stanche e nelle ossa.

Ho imparato
che il dolore non è sempre un tiranno.
A volte è soltanto una lanterna
tenuta da una mano tremante,
un avvertimento sommesso
che questa casa di carne è stanca,
che alcune stanze si sono spente.

Eppure—
il fuoco resta.

E quando il corpo diventa troppo rumoroso,
quando ogni battito arriva gravato
dalla propria profezia,
la mia mente si libera
come un uccello che fugge dal fumo.

Là,
nei paesi senza confini del pensiero e del sogno,
divento senza catene.

Danzo.

Non sempre con grazia—
a volte imprudente,
a volte selvaggia nel dimenticare,
con i piedi nudi che accendono scintille
su pavimenti invisibili.

E amo il momento
fino a scomparire dentro di esso.

Nessun passato.
Nessuna diagnosi.
Nessun campanello d’allarme sotto le costole.

Solo movimento.
Solo respiro.
Solo la strana santità
di essere vivi per un istante disarmato.

Questa è la mia gloria:
non essere intatto,
ma riuscire ancora a viaggiare oltre la frattura.

Questa è la mia salvezza:
il cielo interiore che nessuna malattia può imprigionare,
la porta segreta che si apre senza fine
dietro i miei occhi.

Così siedo accanto al fuoco che ho dentro
e ascolto—

non la paura,
non il fragile macchinario della carne,

ma la voce quieta che sussurra:

Sii qui ora.

— Adam Donaldson Powell 

___________________

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