
the cage is beautiful; the lie is ugly
They taught us to polish the cage
until the bars reflected heaven.
To bleach the teeth.
To flatten the stomach.
To cauterize every wrinkle before it could become a sentence.
To fear softness
as though tenderness itself were a contagious disease.
And we obeyed.
We lined ourselves beneath cathedral lights
in temples made of mirrors and fluorescent mercy,
offering our bodies to the algorithmic priests:
scalpel, serum, starvation,
protein powder stirred into despair,
smiles veneered white as gravestones.
Every billboard became scripture.
Every magazine cover a commandment.
Thou shalt not age.
Thou shalt not sag.
Thou shalt not rest.
Thou shalt remain consumable.
So we learned to carve ourselves
into marketable silhouettes.
The women shaved hunger into their hips
until their ribs resembled birdcages.
The men swallowed iron and rage
until their hearts beat like trapped machinery.
Children stared into glowing screens
already apologizing for their faces.
And the rich sold immortality
like perfume.
They floated across oceans
on yachts larger than villages,
drank glacier water from crystal mouths,
posed beside infinity pools
with trophy wives lacquered in diamonds,
trophy husbands bronzed like monuments,
all of them smiling the same embalmed smile
of people terrified to stop performing.
Even paradise became labor.
Vacations were no longer journeys
but evidence.
Proof of worth.
Proof that one existed correctly.
The sunset was not watched
but uploaded.
The meal not tasted
but documented.
The kiss not felt
but displayed
like a corporate merger between attractive skulls.
And beneath it all: exhaustion.
A civilization sleepwalking on treadmills,
running nowhere,
burning calories for gods that do not love us.
Our hamster wheels glowed neon.
Our cages came with Wi-Fi.
We called it freedom
because the door was painted gold.
Meanwhile loneliness spread
through the population
like black mold beneath wallpaper.
People learned to curate themselves
but forgot how to know themselves.
Forgot how to sit in silence
without reaching for a screen
like a narcotic.
We became archivists of our own performance.
Every flaw magnified.
Every stranger a competitor.
Every friend secretly measured
for beauty, status, followers, youth.
And shame became currency.
We spent it lavishly.
We mocked the old
because we feared becoming visible to death.
Mocked the fat
because we worshipped deprivation.
Mocked the poor
because we confused wealth with virtue.
Mocked the lonely
while building entire economies
designed to isolate.
Even health became vanity wearing a lab coat.
People counted steps
but not blessings.
Measured macros
while marriages rotted in silence.
Optimized sleep cycles
yet woke each morning
with souls like abandoned shopping malls.
The self-help prophets arrived in private jets
to teach emptiness as enlightenment.
“Manifest abundance.”
“Grind harder.”
“Become your best self.”
As if the self were a product awaiting launch.
As if human beings were born defective
and must earn the right to exist
through perpetual improvement.
So we injected youth into our faces
while history collapsed around us.
Filtered our skin smooth
while forests burned.
Bought motivational water bottles
while our spirits died of thirst.
And still the machine demanded more.
More beauty.
More hustle.
More optimization.
More envy disguised as aspiration.
Because a population that hates itself
is easy to sell to.
The insecure are obedient consumers.
The lonely are profitable.
The exhausted do not revolt.
So the engines roared on.
Factories of desire.
Assembly lines of inadequacy.
Infinite scrolling corridors
where millions wandered,
starving for meaning
while feasting on appearances.
And somewhere beneath the noise,
beneath the cosmetic smiles
and curated vacations
and chemically preserved youth,
the body kept telling the truth.
In panic attacks.
In insomnia.
In compulsive eating.
In numbness.
In addiction.
In quiet hatred of the mirror.
The soul does not thrive
when treated like branding material.
It withers.
Yet even now,
something stubborn survives in us.
A primitive ache
for unpurchased joy.
For laughter with crooked teeth.
For bellies unhidden.
For faces allowed to age like honest landscapes.
For love untouched by transaction.
For friendships that do not require spectators.
For mornings that belong to no corporation.
For bodies treated not as advertisements
but as homes.
Perhaps one day
we will step off the treadmill together.
Perhaps we will finally hear
the terrible silence
after the machinery stops.
And perhaps in that silence
we will discover
we were never meant to become perfect.
Only alive.
— Adam Donaldson Powell
____________________________
La gabbia è bellissima; la menzogna è orribile 🇮🇹
Ci hanno insegnato a lucidare la gabbia
finché le sbarre non riflettessero il paradiso.
A sbiancare i denti.
Ad appiattire lo stomaco.
A cauterizzare ogni ruga prima che potesse diventare una frase.
A temere la morbidezza
come se la tenerezza stessa fosse una malattia contagiosa.
E noi abbiamo obbedito.
Ci siamo allineati sotto le luci delle cattedrali
in templi fatti di specchi e misericordia fluorescente,
offrendo i nostri corpi ai sacerdoti algoritmici:
bisturi, sieri, fame,
proteine in polvere mescolate alla disperazione,
sorrisi rivestiti di bianco come lapidi.
Ogni cartellone pubblicitario divenne una scrittura sacra.
Ogni copertina di rivista un comandamento.
Non invecchierai.
Non cederai.
Non riposerai.
Rimarrai consumabile.
Così abbiamo imparato a scolpirci
in silhouette commerciabili.
Le donne rasavano la fame sui propri fianchi
finché le costole non somigliavano a gabbie per uccelli.
Gli uomini ingoiavano ferro e rabbia
finché i loro cuori non battevano come macchinari intrappolati.
I bambini fissavano schermi luminosi
già chiedendo scusa per i propri volti.
E i ricchi vendevano l’immortalità
come fosse profumo.
Galleggiavano sugli oceani
su yacht più grandi di villaggi,
bevevano acqua glaciale da bocche di cristallo,
posavano accanto a piscine a sfioro
con mogli-trofeo laccate di diamanti,
mariti-trofeo abbronzati come monumenti,
tutti sorridenti con lo stesso sorriso imbalsamato
di persone terrorizzate all’idea di smettere di recitare.
Perfino il paradiso divenne lavoro.
Le vacanze non erano più viaggi
ma prove.
Prove di valore.
Prove di esistere nel modo corretto.
Il tramonto non veniva osservato
ma caricato online.
Il pasto non veniva gustato
ma documentato.
Il bacio non veniva sentito
ma esibito
come una fusione aziendale tra teschi attraenti.
E sotto tutto questo: la stanchezza.
Una civiltà sonnambula sui tapis roulant,
a correre verso il nulla,
bruciando calorie per dèi che non ci amano.
Le nostre ruote da criceto brillavano al neon.
Le nostre gabbie avevano il Wi-Fi.
Lo chiamavamo libertà
perché la porta era dipinta d’oro.
Nel frattempo la solitudine si diffondeva
attraverso la popolazione
come muffa nera sotto la carta da parati.
Le persone imparavano a curare la propria immagine
ma dimenticavano come conoscere sé stesse.
Dimenticavano come stare in silenzio
senza cercare uno schermo
come un narcotico.
Siamo diventati archivisti della nostra stessa performance.
Ogni difetto ingigantito.
Ogni estraneo un concorrente.
Ogni amico segretamente misurato
per bellezza, status, follower, giovinezza.
E la vergogna divenne moneta.
La spendevamo con prodigalità.
Deridevamo i vecchi
perché temevamo di diventare visibili alla morte.
Deridevamo i grassi
perché adoravamo la privazione.
Deridevamo i poveri
perché confondevamo la ricchezza con la virtù.
Deridevamo i soli
mentre costruivamo intere economie
progettate per isolare.
Perfino la salute divenne vanità in camice bianco.
La gente contava i passi
ma non le benedizioni.
Misurava i macronutrienti
mentre i matrimoni marcivano nel silenzio.
Ottimizzava i cicli del sonno
eppure si svegliava ogni mattina
con anime simili a centri commerciali abbandonati.
I profeti dell’auto-aiuto arrivarono su jet privati
per insegnare il vuoto come illuminazione.
“Manifesta l’abbondanza.”
“Lavora più duramente.”
“Diventa la versione migliore di te stesso.”
Come se il sé fosse un prodotto in attesa di lancio.
Come se gli esseri umani nascessero difettosi
e dovessero guadagnarsi il diritto di esistere
attraverso un miglioramento perpetuo.
Così ci iniettavamo giovinezza nei volti
mentre la storia crollava intorno a noi.
Filtravamo la pelle fino a renderla liscia
mentre le foreste bruciavano.
Compravamo borracce motivazionali
mentre i nostri spiriti morivano di sete.
Eppure la macchina pretendeva ancora di più.
Più bellezza.
Più produttività ossessiva.
Più ottimizzazione.
Più invidia travestita da aspirazione.
Perché una popolazione che odia sé stessa
è facile da manipolare.
Gli insicuri sono consumatori obbedienti.
I soli sono redditizi.
Gli esausti non si ribellano.
Così i motori continuarono a ruggire.
Fabbriche del desiderio.
Catene di montaggio dell’inadeguatezza.
Corridoi infiniti di scorrimento compulsivo
dove milioni di persone vagavano,
affamate di significato
mentre si abbuffavano di apparenze.
E da qualche parte sotto il rumore,
sotto i sorrisi cosmetici
e le vacanze curate nei dettagli
e la giovinezza conservata chimicamente,
il corpo continuava a dire la verità.
Negli attacchi di panico.
Nell’insonnia.
Nel mangiare compulsivo.
Nell’intorpidimento.
Nella dipendenza.
Nell’odio silenzioso verso lo specchio.
L’anima non prospera
quando viene trattata come materiale da branding.
Appassisce.
Eppure anche ora
qualcosa di ostinato sopravvive in noi.
Un dolore primordiale
per una gioia non acquistata.
Per risate dai denti storti.
Per pance non nascoste.
Per volti lasciati invecchiare come paesaggi sinceri.
Per un amore non toccato dalla transazione.
Per amicizie che non richiedono spettatori.
Per mattine che non appartengano a nessuna corporazione.
Per corpi trattati non come pubblicità
ma come case.
Forse un giorno
scenderemo insieme dal tapis roulant.
Forse finalmente ascolteremo
il terribile silenzio
dopo che le macchine si saranno fermate.
E forse in quel silenzio
scopriremo
che non siamo mai stati destinati a diventare perfetti.
Solo vivi.
— Adam Donaldson Powell
____________________________
Il Truman Show 🇮🇹:

Leave a Reply