
La ballata del grande “Vabbè”
C’era una volta, tra culla e mistero,
Santos sussurrava con tono leggero,
Anna ascoltava, tra amore e perché,
e tutto finiva in un semplice: “vabbè…”
“Chi sei davvero? Un agente segreto?”
“Un tipo qualunque… o forse discreto…”
Lei lo guardava: “Non prendermi in giro!”
Lui fece il gesto — l’ombrello — e un sospiro:
“Vabbè!”
Oh, “vabbè” è una scienza, un’arte sottile,
vale per tutto: dal grave al futile.
È un sì che non crede, un no senza tè,
è il re delle scuse: Sua Maestà Vabbè.
Se cade il telefono — vabbè, pazienza,
se salta la cena — vabbè, esperienza,
se il mondo crollasse con gran frastuono,
c’è sempre un “vabbè” che sistema il tono.
Ma attento! Perché, tra un gesto e un perché,
spunta l’ombrello che dice “vabbè”,
alzando il braccio con fare teatrale,
mezzo insulto… ma quasi cordiale.
E poi, come ciliegina sul comportamento,
arriva il pollice, simbolo contento 👍,
che dice: “Va tutto! Nessun problema!”
anche se dentro… c’è un gran anatema.
Così cresce Agosto, tra mamma e papà,
tra storie confuse e identità,
e mentre balbetta il suo primo “perché”…
tutti tremano: “Non dire… vabbè!”
Perché una volta che inizi, lo sai,
non smetti più — e non torni mai:
tra ombrelli, sorrisi e fatalità,
“vabbè” è per sempre… è l’eternità.
— Adam Donaldson Powell





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