una passeggiata

Entrai in banca con passo deciso,
come chi sa bene cosa deve fare.
Ma appena la cassiera, con garbo preciso,
mi chiese il numero della carta da dare,
la mente si fermò.
Non rallentò,
non esitò,
non cercò tra le pieghe della memoria:
si fermò.
Un silenzio bianco,
una stazione deserta,
un orologio senza lancette.
«Il numero della carta, per favore.»
E il numero del conto,
complice dispettoso,
scelse proprio allora di giocare a nascondino.
Dietro di lui correvano altri pensieri,
sgomitando come bambini in cortile:
«Ricordati di me!»
«E di quella lampadina da cambiare!»
«Hai annaffiato le piante?»
«Dov’eri nel 1978?»
Tutti reclamavano attenzione,
tranne gli unici due
di cui avevo bisogno.
Cercai il portafoglio.
Dimenticato.
Cercai il telefono.
Batteria morta.
La cassiera attendeva.
Io pure.
Ma nessuno dei numeri si presentò all’appello.
Alla fine uscii dalla banca
con le guance un po’ accese,
portandomi dietro un vago imbarazzo
e una domanda ancora più strana:
perché ero entrato in banca?
Dietro il vetro,
la cassiera mi seguì con occhi sospettosi,
come se custodissi qualche segreto.
E invece no.
Non ero un truffatore,
né una mente criminale.
Ero soltanto vecchio,
smemorato,
e inseguito da una folla di pensieri
che parlavano tutti insieme
mentre quelli importanti
erano andati a fare una passeggiata.
— Adam Donaldson Powell

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