— Adam Donaldson Powell

L’elegia delle ali spezzate
Miei figli di una terra antica,
ascoltate il canto che rimane
quando le trombe tacciono
e la polvere ricopre le strade.
Abbiamo inseguito il sole lontano,
con mani ferme e occhi fieri,
abbiamo scolpito nei muri il sogno
di giorni eterni e condottieri.
Volevamo dare un nome al destino,
alzare colonne verso il cielo,
ritrovare nell’ombra dei secoli
l’eco perduta di un vecchio impero.
Abbiamo costruito pietre e promesse,
ponti, palazzi, statue e gloria;
ma ogni pietra porta nascosta
la fragile voce della storia.
Perché ogni volo ha il suo confine,
ogni aquila conosce il vento,
ogni uomo che sfida le nuvole
porta con sé il peso del tempo.
Dedalo guarda il mare in silenzio,
tra le onde cerca il figlio perduto:
“Icaro, figlio mio, ti ho donato ali,
ma forse ti ho dato anche troppo futuro.
Credevamo che cadere fosse meglio
che restare immobili sulla terra;
temevamo più la vita senza sogni
che il fragore dopo la guerra.
Abbiamo sfiorato il sole ardente,
abbiamo confuso luce e destino;
abbiamo chiamato gloria il fuoco
che consumava il nostro cammino.
E ora rimane soltanto il vuoto,
ma il vuoto non è assenza né fine:
è il luogo dove nasce la coscienza,
dove muoiono e rinascono le rovine.
Forse un giorno dalle nostre ceneri
sorgerà ancora una voce antica;
forse la fenice tornerà dal buio,
forse la notte non sarà infinita.
Ma chi ritorna dalle proprie macerie
non porta soltanto corone e memoria:
porta il peso delle ali spezzate
e il silenzio nascosto nella gloria.”

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