— Adam Donaldson Powell
Proust: il Don Giovanni omosessuale dell’élite parigina
Collezionava giovani uomini
come altri collezionano giada,
prime edizioni,
avori intagliati,
porcellane dipinte
conservate sotto campane di vetro.
Nessuna collezione
era mai completa.
Ogni volto elegante
entrava come la primavera
in una stanza chiusa,
portando risate,
sguardi inquieti,
il profumo della giovinezza
che nessun libro
può davvero conservare.
Ascoltava avidamente,
non solo le parole,
ma anche il disegno dei silenzi,
i sogni provinciali,
le madri,
le uniformi,
le piccole vittorie.
Ogni confidenza
diventava un nuovo filo
nell’invisibile arazzo
che riportava con sé.
Credevano
di essere amati.
Forse lo erano.
Per una stagione.
Un anno,
forse un anno e mezzo,
finché la sorpresa
continuava ad abitare
la loro bellezza.
Poi,
con raffinata eleganza,
la storia finì.
Nessun clamore.
Nessun dramma.
Solo un discreto riordino
degli affetti,
come se il cuore
fosse un salotto
da riarredare.
Eppure la lealtà – quella, sì –
esigeva
come un sovrano esige un tributo.
Chiunque se ne andasse
doveva rimanere fedele,
grato,
continuando a orbitare
intorno alla pallida luna
del suo ricordo.
Nel frattempo,
un altro giovane Apollo
saleva le scale,
un altro sorriso
entrava nel catalogo,
un’altra conquista
accresceva il prestigio
di un uomo
che sembrava voler sfidare
persino il tempo.
Non inseguiva solo
corpi
né solo anime,
ma quel territorio misterioso
dove bellezza,
memoria,
desiderio
e possesso
condividono la stessa direzione.
amanti,
storie,
dipinti,
edizioni rare,
tutti finirono
nella stessa collezione:
amati,
custoditi,
ammirati,
mai del tutto liberi.
Così il grande archivista
della memoria
divenne anche
il più elegante dei libertini:
un Don Giovanni
che baciava con una mano
e catalogava con l’altra,
sempre alla ricerca
del prossimo bel giovane
la cui breve stagione
potesse trasformarsi
in eternità,
mentre l’eternità stessa
continuava,
silenziosamente,
a sfuggirgli.

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