— Adam Donaldson Powell
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I due carcerieri
Tra le ombre dorate di un appartamento a Parigi, scorre il tempo di un amore fattosi prigione. Due anime recluse in un nodo di fili invisibili, legate l’una all’altra dall’ossessione.
Alfred, giovane uccello dalle ali tarpate, inseguito nel volo dal fumo delle strade, stretto in un pugno di vetri, seta e catene, custodito nel lusso che consola ed avvelena. Il tuo respiro appartiene al calcolo d’un altro, la tua giovinezza è il trofeo d’un maestro scaltro: vivere nella gabbia dorata dell’altrui desiderio, sentirsi posseduto, soffocato nel mistero. Ogni tuo passo è una traccia da decifrare, ogni tua assenza un delitto da giudicare.
E di fronte a te, nella stanza felpata e chiusa, sta il carceriere, immobile e senza scusa. Marcel, prigioniero della sua stessa mente, veglia nella notte, torturato ed assente. Non è il tiranno che regna nel suo dominio, ma uno schiavo incatenato al proprio strazio. La gelosia gli rode il petto come un tarlo, la paranoia disegna inganni per soffocarlo. Vuole possedere l’inafferrabile e il fuggitivo, misurare ogni battito del tuo cuore vivo.
Chi è dunque il prigioniero tra queste mura? Colui che brama la libertà e la pittura del mondo esterno che svanisce pian piano, o colui che stringe la sabbia nel pugno della mano?
Alfred sogna l’aria, le macchine, il motore, la fuga verso il mare, il brivido dell’errore. Marcel vive nell’incubo d’un sospetto infinito, d’un amore trasformato in un labirinto smarrito. L’uno teso verso il volo che lo chiamerà via, l’altro sepolto vivo nella sua stessa poesia.
Così si consumano due vite nella penombra, l’uno l’estasi dell’altro, l’altro la sua ombra. Legati da una gabbia senza sbarre né chiave, dove il controllo è una colpa ed il sospetto è pesante. Due prigionieri nello stesso specchio riflesse, perduti per sempre nelle risposte mai concesse.

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