La famiglia del denaro
Nella casa dove il marmo luccica
più delle coscienze,
dove ogni specchio restituisce
un cognome da esibire
e ogni sorriso ha il prezzo
di una buona occasione,
il denaro è il vero padrone.
Si parla di rendimenti a colazione,
di ville al mare, di conti in banca,
di chi ha comprato cosa,
di chi è salito più in alto,
di chi può permettersi
un silenzio più costoso degli altri.
In garage riposano automobili
con la pelle lucida e il cuore spento,
cavalli imbottigliati sotto il cofano
che nessuno sa più cavalcare
senza sentirsi superiore
a chi attraversa la strada a piedi.
E nelle cantine,
fra bottiglie d’annata e polvere nobile,
il padre versa il tempo nei calici,
annusa il prestigio,
discute di bouquet e retrogusto,
come se bastasse un vino antico
a invecchiare con dignità.
Lui, il capofamiglia,
porta gemelli d’oro e menzogne di seta.
Fuori dal matrimonio
coltiva una giovane modella,
un corpo da copertina,
una bellezza da esibire in segreto,
mentre a casa recita la parte
dell’uomo rispettabile.
La moglie, intanto,
consuma le ginocchia sui banchi della chiesa,
accende candele per la salvezza,
sussurra preghiere ai santi
e stringe il rosario fra le dita
come una ricevuta d’assoluzione.
Ogni domenica chiede perdono
per peccati che non nomina,
e ogni lunedì torna a giudicare
la vita degli altri.
Il figlio ha il sorriso facile
e il letto sempre disfatto.
Colleziona donne come orologi,
promesse come bottiglie vuote,
numeri di telefono come trofei.
Non ama: conquista.
Non ricorda: archivia.
E quando una donna piange,
lui controlla il nodo della cravatta
e si domanda se farà tardi all’aperitivo.
La figlia, invece,
affoga le sere in bicchieri troppo pieni,
cerca negli uomini una carezza
e trova spesso mani impazienti.
Ride forte, beve ancora,
concede il corpo per sentirsi desiderata,
scambia la notte per un abbraccio
e il mattino per una condanna.
Poi si guarda allo specchio
con gli occhi di chi non sa più
se sia stata amata
o soltanto consumata.
A tavola siedono tutti insieme,
le posate d’argento allineate,
il vino rosso come una piccola ferita,
le parole misurate al grammo,
le verità lasciate fuori dalla porta.
Nessuno domanda alla figlia
perché abbia gli occhi così stanchi.
Nessuno chiede al figlio
se abbia mai amato davvero.
Nessuno guarda la madre
mentre prega con le labbra serrate.
Nessuno osa chiedere al padre
chi gli scriva messaggi a mezzanotte.
Si parla di borse,
di rendite,
di nuovi investimenti,
del figlio di un conoscente
che ha comprato una Porsche.
E il silenzio,
educato e ben vestito,
si accomoda fra loro
come l’unico ospite sincero.
Fuori, la città continua a vivere:
un uomo dorme sotto i portici,
una donna torna a casa stanca,
un ragazzo divide una pizza
con chi non ha nulla da offrire
se non la propria compagnia.
Dentro, invece,
la famiglia brinda alla propria fortuna.
Quattro calici si alzano,
quattro maschere sorridono,
quattro solitudini tintinnano
contro il cristallo.
Il padre versa l’ultima bottiglia,
un’annata rara, costosissima.
La madre abbassa gli occhi.
Il figlio controlla il telefono.
La figlia cerca un’altra sigaretta.
E per un istante,
nel riflesso scuro del vino,
appare ciò che nessuno vuole vedere:
una famiglia ricca di tutto
ciò che si può comprare,
povera di tutto
ciò che non si può vendere.
Poi il padre riempie di nuovo i bicchieri.
Perché in quella casa
si può perdere l’amore,
la dignità,
la pace,
perfino se stessi.
Ma mai,
mai,
si deve perdere la faccia.

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