La famiglia del denaro 🇮🇹

La famiglia del denaro

Nella casa dove il marmo luccica

più delle coscienze,

dove ogni specchio restituisce

un cognome da esibire

e ogni sorriso ha il prezzo

di una buona occasione,

il denaro è il vero padrone.

Si parla di rendimenti a colazione,

di ville al mare, di conti in banca,

di chi ha comprato cosa,

di chi è salito più in alto,

di chi può permettersi

un silenzio più costoso degli altri.

In garage riposano automobili

con la pelle lucida e il cuore spento,

cavalli imbottigliati sotto il cofano

che nessuno sa più cavalcare

senza sentirsi superiore

a chi attraversa la strada a piedi.

E nelle cantine,

fra bottiglie d’annata e polvere nobile,

il padre versa il tempo nei calici,

annusa il prestigio,

discute di bouquet e retrogusto,

come se bastasse un vino antico

a invecchiare con dignità.

Lui, il capofamiglia,

porta gemelli d’oro e menzogne di seta.

Fuori dal matrimonio

coltiva una giovane modella,

un corpo da copertina,

una bellezza da esibire in segreto,

mentre a casa recita la parte

dell’uomo rispettabile.

La moglie, intanto,

consuma le ginocchia sui banchi della chiesa,

accende candele per la salvezza,

sussurra preghiere ai santi

e stringe il rosario fra le dita

come una ricevuta d’assoluzione.

Ogni domenica chiede perdono

per peccati che non nomina,

e ogni lunedì torna a giudicare

la vita degli altri.

Il figlio ha il sorriso facile

e il letto sempre disfatto.

Colleziona donne come orologi,

promesse come bottiglie vuote,

numeri di telefono come trofei.

Non ama: conquista.

Non ricorda: archivia.

E quando una donna piange,

lui controlla il nodo della cravatta

e si domanda se farà tardi all’aperitivo.

La figlia, invece,

affoga le sere in bicchieri troppo pieni,

cerca negli uomini una carezza

e trova spesso mani impazienti.

Ride forte, beve ancora,

concede il corpo per sentirsi desiderata,

scambia la notte per un abbraccio

e il mattino per una condanna.

Poi si guarda allo specchio

con gli occhi di chi non sa più

se sia stata amata

o soltanto consumata.

A tavola siedono tutti insieme,

le posate d’argento allineate,

il vino rosso come una piccola ferita,

le parole misurate al grammo,

le verità lasciate fuori dalla porta.

Nessuno domanda alla figlia

perché abbia gli occhi così stanchi.

Nessuno chiede al figlio

se abbia mai amato davvero.

Nessuno guarda la madre

mentre prega con le labbra serrate.

Nessuno osa chiedere al padre

chi gli scriva messaggi a mezzanotte.

Si parla di borse,

di rendite,

di nuovi investimenti,

del figlio di un conoscente

che ha comprato una Porsche.

E il silenzio,

educato e ben vestito,

si accomoda fra loro

come l’unico ospite sincero.

Fuori, la città continua a vivere:

un uomo dorme sotto i portici,

una donna torna a casa stanca,

un ragazzo divide una pizza

con chi non ha nulla da offrire

se non la propria compagnia.

Dentro, invece,

la famiglia brinda alla propria fortuna.

Quattro calici si alzano,

quattro maschere sorridono,

quattro solitudini tintinnano

contro il cristallo.

Il padre versa l’ultima bottiglia,

un’annata rara, costosissima.

La madre abbassa gli occhi.

Il figlio controlla il telefono.

La figlia cerca un’altra sigaretta.

E per un istante,

nel riflesso scuro del vino,

appare ciò che nessuno vuole vedere:

una famiglia ricca di tutto

ciò che si può comprare,

povera di tutto

ciò che non si può vendere.

Poi il padre riempie di nuovo i bicchieri.

Perché in quella casa

si può perdere l’amore,

la dignità,

la pace,

perfino se stessi.

Ma mai,

mai,

si deve perdere la faccia.

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